Sedici anni dopo la sentenza definitiva in Cassazione per frode fiscale sulle compravendite di diritti tv Mediaset, la condanna di Silvio Berlusconi a 4 anni di reclusione (di cui 3 condonati dall’indulto del 2006) resiste anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di Strasburgo, che oggi, nella causa introdotta nell’ormai lontano 8 aprile 2014 con il numero 8683/14 «Silvio Berlusconi contro Italia», ha respinto i 12 argomenti con i quali l’ex presidente del Consiglio (finché era in vita) e poi i suoi familiari (dopo la morte del Cavaliere nel 2023) argomentavano la violazione di altrettante garanzie fondamentali della persona sancite dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950, quali il diritto a un tribunale indipendente, imparziale e precostituito per legge, il diritto di presenza e partecipazione effettiva al processo, il diritto di difesa e il principio di parità delle armi e contraddittorio nella prova, il principio di legalità e prevedibilità della pena, il principio del ne bis in idem. All’unanimità la Corte ha concluso che il ricorso è «manifestamente infondato» perché non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 6 della Convenzione sul diritto a un equo processo.
Il ricorso – curato negli anni dallo scomparso Niccolò Ghedini con i professori Bruno Nascimbene e Andrea Saccucc – era stato ritenuto ammissibile a distanza già di sette anni dalla Cedu, dove poi – all’esito di dieci richieste di chiarimenti all’Italia – solo negli ultimi mesi è arrivato all’esame del merito, non senza alcuni passaggi travagliati nella “quota” italiana del collegio. Infatti il giudice ordinario italiano Raffaele Sabato si é astenuto, presumibilmente per la conoscenza con alcuni dei giudici di Cassazione che nel 2013 condannarono Berlusconi, e a quel punto per l’Italia avrebbe dovuto subentrargli un giudice «ad hoc» (sorta di supplenti contemplati proprio per questi casi in un elenco prefissato).
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