«Quando eravamo in fabbrica Lula mi chiamava Topo Gigio. Ma tu hai orecchie molto più grandi delle mie, gli rispondevo io». Juno Rodrigues Silva, detto «Gijo», scoppia in una risata e s’accascia sulla poltroncina di casa, a São Bernardo do Campo, sobborgo operaio di San Paolo. Qui ha vissuto tutta la vita e ha conosciuto il suo «amico fraterno» Luiz Inácio Lula da Silva, «fin dal 1969, quando insieme iniziammo a combattere le prime lotte sindacali nella Grande Abc», il polo metalmeccanico più importante del Brasile.
Gijo assemblava prototipi di auto alla Karmann-Ghia. Lula era tornitore meccanico alle Indústrias Villares. «Andavamo a dormire a mezzanotte e ci alzavamo alle quattro per correre ai cancelli della fabbrica, prima dell’inizio del turno, per parlare agli altri operai. Così siamo riusciti a rovesciare il regime militare». Poi, alla sera, si ritrovavano a bere cachaça e a discutere di politica, «fino a notte fonda».
La sua memoria e il suo ristorante da Gijo’s, famoso per la chuleta paulista (costata di manzo), sono un monumento a Lula. Nel piccolo ufficio dietro al deposito di birre e CocaCola, si apre un museo di memorabilia che attraversa decenni di storia sindacale e politica del leader del Partito dei lavoratori (Pt). Foto d’epoca, documenti, perfino il fatidico pupazzetto di Topo Gigio con la stella del Pt. Lula spesso torna a trovare gli amici di sempre, i più fedeli. «Ma senza Janja perché a lei qui non piace, ci sono troppi ricordi di Marisa, la seconda moglie. E poi a noi Janja…».
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